Quando Internet ci fa stare male

3 febbraio 2019

imagesInternet ci fa stare male? Spesso viene descritto come le persone che usano con frequenza o compulsivamente i social media come Facebook e Twitter, che sono i più “testuali”, tendano in alcune situazioni a trasformarsi in “leoni da divano“: individui che protetti da un relativo anonimato si abbandonano a parole di odio, minacce, comportamenti immorali e inaccettabili.
Eli Pariser (già autore di un importante libro su Google, “The filter bubble” – ne parlo qui) in un breve articolo sul Time pubblicato il 17 gennaio intitolato “The Internet Can Make Us Feel Awful. It Doesn’t Have to Be That Way” declina questo tema con argomenti interessanti che riassumo in questo post, aggiungendo mie osservazioni.
Ogni persona quando percepisce mancanza di rispetto o un attentato alla propria dignità risponde con il conflitto, l’aggressività e talvolta la guerra.
I social media, e il modello di business proprio delle piattaforme digitali, tendono a considerare gli utilizzatori come mezzi per migliorare il proprio posizionamento (più utenti, più click, più inserzionisti): anche i social media strategist del resto, stando all’interno di questo gioco, hanno come obiettivo quello di captare i click e l’attenzione delle persone per migliorare l’engagement verso un prodotto (questo prodotto può anche essere un politico o una notorietà). Generare engagement, lo dice il nome, è precisamente indurre le persone a “impegnarsi” a fare determinate cose (che nei social sono strettamente codificate: commentare, condividere, mettere like).
Intrinsecamente questo modello considera non solo il “prodotto” da promuovere ma anche e soprattutto ciascun utente in modo strumentale e reificato: non come un fine in sé, ma come un mezzo.
Se nell’ambiente in cui mi muovo (sia esso “reale” o online) percepisco di essere considerato come una cosa allora viene meno il rispetto che mi è dovuto, la mia stessa dignità, l’essere persona, e percepire questo mi rende peggiore, non migliore.
Senza dignità non ci può essere pace e infatti si partecipa a una “guerra” dove la posta in gioco è l’essere visti, l’essere amati, se amore è attenzione. L’odio in rete e’ la conseguenza naturale e quasi inevitabile di un modello di business che considera le persone in quanto “cose che cliccano”.
E’ possibile usare i social media in modo morale, ovvero rispettando se stessi e gli altri, superando i propri impulsi peggiori?
Pariser conclude auspicando un nuovo “illuminismo tecnologico” che permetta di passare dall'”era oscura” che viviamo a un’era di spazi online che incoraggino l’umanità che è in noi.
Penso però che nel frattempo sia possibile (senza demonizzare nessuno: quella del social media strategist è in sé una professione rispettabile, tutto dipende casomai da chi è il tuo boss) sottrarsi al modello di business dei social media, degli influencer e degli strategist, smettendo ad esempio di amplificare i messaggi di odio (condivido le parole di odio del politico detestato per mostrare quanto è abietto), proponendo contenuti originali e autorevoli, senza cercare consenso ma in un’ottica di dono: condivisione senza competizione.
Faccio alcuni esempi concernenti Facebook, senza nomi ne’ link: un mio contatto posta foto e testi molto accurati sull’archeologia dei videogiochi e dei PC anni 80; un altro posta a puntate cenni di storia bizantina: focus dettagliati e brevi molto ben scritti; un altro ancora, ogni settimana, una newsletter autorevole e curatissima sul cyber-crime redatta su web; un altro foto originali dei viaggi che fa (no selfie, no cibo: panorami inconsueti, alberi, sentieri).
Tutti questi sono a mio parere modi di abitare i social estremamente evoluti che, pur avvalendosi della piattaforma, si sottraggono al modello di business di Facebook: queste persone donano contenuti belli, non hanno bisogno di catturare click, generare engagement, promuovere se stesse e, per quanto mi concerne, contribuiscono a rendere Internet un luogo migliore.

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2 Risposte to “Quando Internet ci fa stare male”

  1. Gianni Stefanini Says:

    Ciao Laura,
    un post stimolante come al solito.
    Mi è anche di inspirazione per il progetto su cui stiamo lavorando (o meglio cercando di lavorare) che abbiamo immaginato come una “comunità digitale” nella quale coinvolgere tutto il nostro territorio (comuni, scuole, imprese, associazioni e anche singoli cittadini) per sottoscrivere un patto che da una parte fissi delle regole, come quelle che tu qui hai espresso, e dall’altra crei comunità per far crescere chi ne è escluso e per costruire ambiti di dialogo e confronto per chi, invece, la abita a pieno titolo. Competere (quello si a livello economico) con altri territori nel pianeta significa, tra le tante altre cose, avere una comunità coesa ed inclusiva che abbia un livello diffuso di partecipazione consapevole alla comunità digitale.
    Ti chiederemo senz’altro aiuto quando dovremo scrivere il manifesto della comunità digitale e il patto.
    Grazie per i tuoi stimoli.
    Buon lavoro.
    Gianni

  2. RefKit Says:

    Grazie molte Gianni per il tuo benevolo commento. Le innovative attivita’ che voi svolgete come sistema sono per me sempre fonte di ispirazione. Buon lavoro anche a te, Laura


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