Leggendo BiblioTECH di John Palfrey

21 agosto 2015

palfrey-bibliotech

Le riflessioni di un “feral”

Perchè leggere questo saggio di John Palfrey?
Intanto perchè è un testo brillante, appassionato, di taglio teorico e sguardo lungo.
Palfrey – già direttore di DPLA (Digital Public Library of America) non è un bibliotecario ma un esterno, un “feral” che ha occasione di lavorare nelle biblioteche mantenendo, come punto di forza secondo me, una prospettiva obliqua rispetto a miti e riti della biblioteconomia.

Le biblioteche in pericolo. Salviamole (da loro stesse)

La biblioteca è per l’autore un “safe space on a hot day“, un luogo “terzo” accogliente per tutti ma anche un luogo seriamente in pericolo.
La consapevolezza del pericolo che le biblioteche stanno correndo, in un ecosistema informativo in radicale trasformazione dominato dalle grandi corporation for-profit (Google e Amazon), non spinge l’autore a una retorica difensiva anzi. Le pagine a mio avviso più efficaci del libro sono quelle in cui viene preso di petto il tema della nostalgia, ovvero dei danni gravi che biblioteche provocano a loro stesse evocando, in un periodo in cui tutto cambia, la nostalgia dell’idea archetipica di biblioteca.

Oltre la resilienza dei Community centre

Perchè le biblioteche sono in pericolo secondo Palfrey? Perchè sembrano aver dimenticato quanto sono essenziali nell’era digitale.
Il loro compito è quello di offrire informazione gratuitamente per tutti. Questa netta prospettiva informativo-centrica a mio avviso è promettente perchè mette in discussione in modo intelligente sia il grande tema della disintermediazione che relega le biblioteche all’obsolescenza (è già tutto su Google) sia il modello che, preso atto della perduta centralità in ambito informativo, pratica la resilienza riconvertendo le biblioteche in “community center” facendole entrare meritoriamente negli spazi del welfare municipale ma lasciando di fatto al mercato il compito di rispondere ai bisogni informativi delle persone.

Sincretismo (bit+mattoni)

Un altro aspetto interessante del libro è che pur ponendo l’inarrestabile smaterializzazione dei documenti al centro della prospettiva, e spingendo le biblioteche ad una dismissione graduale ma senza sconti degli scaffali cartacei (in favore della digital preservation e non del macero) non abbraccia il luogo comune della biblioteca digitale come unica possibile “biblioteca del futuro” ma anzi valorizza il “local touch” delle sale di lettura ospitali e contemplative, sottolinea l’agio generato dalla biblioteca come spazio fisico operoso e inspiring, ricorda che i giuristi (come lui) continueranno a glossare codici e dossier giurisprudenziali cartacei con la biro e l’evidenziatore giallo.

La proposta: R&D + hack the library

Ma qual’è il modo per uscire dalla tempesta perfetta che le biblio stanno attraversando?
Le risposte dell’autore non sono nette, ma spingono ad abitare la transizione dal “prevalentemente cartaceo” al “prevalentemente digitale” mettendo al centro politiche molto ambiziose di digital preservation: uno sforzo potente –a regia pubblica– di investimento in R&D (ci ritorno) e un’intensa attività di hacking. “Hackerare le biblioteche” significa pensare a esse come ad una infrastruttura digitale aperta, costruire e decostruire sistemi informativi, renderli piattaforme orientate al servizio e al pubblico. Digitalizzando il digitalizzabile (e il copyright? E le opere orfane? Palfrey non elude il tema) e rendendolo disponibile in regime di pubblico dominio.
conigli suicidi 7
Hack the library vuol dire porre fine alla mentalità suicida
in base alla quale digitalizzare una collezione rara e renderla aperta a tutti significherebbe azzerare il vantaggio competitivo che viene alla biblioteca dall’essere il detentore unico di alcuni documenti (il vantaggio illusorio del creare scarsità).
L’autore non lo dice ma a mio avviso oggi (contrariamente a quanto teorizzato da Walter Benjamin nel secolo scorso) è proprio la totale e massiva riproducibilità tecnica delle opere che ne genera l’aura, cioè il desiderio di vederle dal vivo (con conseguente e legittima monetizzazione di ritorno per l’istituzione che possiede l’originale).
[Aggiungo a margine che in ambito musicale si è compreso da anni che sono i concerti, il contatto vibrante con l’artista e non i file mp3 che fanno la differenza e il business].

Aprire tutto, ma chi lo fa?

Esporre immagini, testi, dati, metadati in modo scalabile e massivo è reso possibile da API aperte e codici aperti.
Chi può realizzare tutto questo?
Per creare una biblioteca digitale distribuita a me pare ci vogliano persone che siano in grado di fare programmazione di base, scraping di dati, scripting, sviluppo di piattaforme open e flessibili, Data curation. Il tutto con una architettura (e una cultura organizzativa) orizzontale (ma non rizomatica e caotica) basata su reti e nodi.
Insomma a mio parere l’esatto opposto del system librarian tradizionale che lavora in strutture organizzativamente gerarchiche, con software propietari (la maggior parte degli ILS sono questo) basati su silos di dati indipendenti e poco distribuiti (che, al massimo, “dialogano“:-|) e su formati e protocolli non interoperabili, chiusi e obsoleti (MARC).
E’ chiaro anche a Palfrey (che opera in un ambiente evoluto) che per arrivare a questo i curricula bibliotecari vanno riscritti da cima a fondo.
Mi chiedo se in Italia esistano istituzioni che formano questo tipo di preziose competenze o se piuttosto non le troviamo random, incardinate in qualche centro calcolo (probabilmente preposte a fare altro), in qualche realtà not-for-profit collaborativa e dedita all’openess, in aziende di servizi.

R&D. Dare bellezza alle biblioteche digitali

S’era detto che per Palfrey è fondamentale che le biblioteche investano in R&D.
L’autore scrive che è drammatico confrontare quanto investito in R&D dalle grandi corporation dell’informazione (Google Amazon Apple) rispetto a quanto investito dalle biblioteche (in America, figuriamoci in Italia). Una cosa che non dice ma che mi sembra implicita è che le piattaforme come Amazon, Google store, iTunes e i servizi correlati sono incredibilmente belle e attraenti, funzionali e sovente non reggono il paragone con le interfacce delle biblioteche digitali aperte o chiuse (per tacere degli opac o dei discovery tool che Palfrey non cita essendo un “feral”).
In altre parole le grandi corporation che forniscono libri e documenti hanno lavorato di più e meglio delle biblioteche, creando un gap enorme.
Allora R&D vuol dire invertire la tendenza che negli anni ha portato denaro alle aziende produttrici di ILS proprietari e “inventare” cose nuove.
R&D è realizzare davvero la bellezza e l’ergonomicità nelle interfacce di biblioteca digitale, scollarsi dagli opac, dagli ILS e lavorare sulla curation e sulla qualità.
R&D vuole dire anche immaginare giochi win-win che permettano modelli sostenibili di digital lending per le opere sotto copyright.

Bibliotecari o biblioteche? Verso un new-deal bibliotecario

Questo libro, per ammissione stessa dell’autore, è una celebrazione delle biblioteche come istituzioni (non dei bibliotecari, come farebbe Lankes). Mi è stato detto che la prospettiva di Lankes, centrata sul protagonismo dei bibliotecari e quella in fondo ultra-istituzionale di Palfrey sono complementari e non opposte: e sono abbastanza d’accordo.
Aggiungo però che la prospettiva di Palfrey non è solo istituzionale ma anche radicalmente basata sull’intervento pubblico e sulla necessità, che assume perfino accenti neo-keynesiani, di potenti investimenti pubblici sulle biblioteche, che preservino il mattone e spingano il digitale.
E’ evidente che dietro a questo approccio c’è un forte elemento di advocacy: non sono sicura che Palfrey creda davvero che l’amministrazione Obama e il Congresso (sovente evocati) davvero vogliano investire alla grande e in grande sulle biblioteche di bit e di mattoni in periodo di crisi.
E’ mio parere che questa advocacy così spinta fa del bene alla causa delle biblioteche, ma intacca un po’ la portata teorica delle tesi espresse da Palfrey indicando evidenti scorciatoie.
Bisogna però anche dire che il modello di biblioteca “free for all” da cui Palfrey prende le mosse è capace di grandi balzi e slanci, di solide partnership pubblico-privato, erede com’è della filantropia energica di stampo protestante e radicale di Joshua Bates o di Andrew Carnegie.
Percorsi che a noi, che partiamo da storie e modelli molto diversi, appaiono invece remotissimi: l’imprinting delle biblioteche italiane infatti non è quello anglosassone ma quello legato all’incameramento passivo e patrimonialistico di beni ecclesiastici, con tutto quello che ne consegue.

Una Risposta to “Leggendo BiblioTECH di John Palfrey”


  1. […] questo discorso rimando poi al solito intelligente commento di Laura Testoni, e a una lista di preziosi estratti raccolti dai robot di Andrea […]


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