Discovery tool e Information literacy

18 aprile 2015

Un memo sull’impatto dei Discovery sulle pratiche di information literacy.

discovery tool

I DISCOVERY TOOL
I Discovery tool, come sappiamo, sono manufatti di “ultima generazione” che permettono un accesso unitario a tutte le risorse locali e remote messe a disposizione da un sistema bibliotecario alla comunità da esso servita.
Utilizzati soprattutto dalle biblioteche accademiche, i Discovery tool permettono di interrogare attraverso un’unica interfaccia “Google like” l’OPAC, i repository istituzionali, le differenti banche dati bibliografiche o full text sottoscritte, alcune risorse esterne selezionate dal library manager, integrando al loro interno anche il link resolver.

Al cuore di un discovery tool c’è un indice che viene popolato dai metadati che le singole risorse espongono (in caso di risorse aperte) o conferiscono al discovery stesso.
Gli editori e gli aggregatori (Elsevier, Proquest, Ebsco per citare solo i maggiori) conferiscono i loro metadati ai produttori di discovery tools; cosicchè il library manager sceglie, in base alle sottoscrizioni istituzionali, quali risorse includere nell’indice.

Un’ottima descrizione dei Discovery tool esistenti, commerciali o open source, viene fornita da NISO in un recente libro bianco (1) pubblicato in seno alla NISO Open Discovery Initiative, un progetto di ampio respiro per rendere operative tecnologie emergenti come gli open linked data.
Dal punto di vista dell’utente il Discovery tool permette di evitare la consultazione separata di piu’ risorse (opac, banche dati, repository) per accedere a un’interfaccia unica e semplice, Google like appunto.

In Italia ci sono pochissime ricerche sull’impatto di questi nuovi strumenti sulle esigenze informative della comunità di riferimento, o perlomeno sulla loro usabilità: segnalo una breve ricerca empirica di Enrico Francese su TUTTO, il discovery tool dell’Università di Torino (2).

DISCOVERY TOOL E INFORMATION LITERACY
Secondo il recentissimo Framework licenziato da ALA a gennaio 2015, che supera i vetusti Standard sulla competenza informativa per gli studi universitari del 2000, l’Information literacy è “un set di abilità integrate che include la scoperta riflessiva di informazione, la comprensione di come l’informazione è prodotta e valutata, ed il suo uso per creare nuova conoscenza e partecipare in modo etico a comunità di apprendimento” (trad. mia).
Con lo stile non convenzionale che gli è proprio David Lankes nel suo Atlante della biblioteconomia moderna definisce l’IL come quell’insieme di attività finalizzate a fornire empowerment alla comunità servita dalla biblioteca (3).

Proprio nell’ultimo numero della Rusq (Reference and users services quarterly, la rivista open access dell’ALA-Rusa Reference user services Association) c’è un articolo “Information literacy instruction with Primo” (4).
Prima piccola delusione: l’autrice non fa riferimento al nuovo Framework, come sarebbe ovvio aspettarsi, ma ai vecchi Standard del 2000. Tuttavia alcuni spunti (oltre alla bibliografia che indica altri studi sul tema) mi sembrano utili:

1) l’autrice ammette che nella sua istituzione l’approdo a Primo ha comportato un cambiamento nelle attivita’ di IL instruction dedicata agli studenti. Il Discovery cambia tutto e se lo staff non è consapevole di questo e non è partecipe del cambiamento anche l’effetto sull’utenza sarà meno incisivo.

2) I Discovery tool sono insostituibili nelle ricerche esplorative, nelle quali lo studente con una tesina da svolgere deve velocemente farsi un’idea di quello che c’è.
Va osservato che nelle università italiane la tesi triennale, in genere, è precisamente questo: si richiede allo studente di compilare, con margini di autonomia mai avuti prima, in un lasso di tempo di solito molto limitato, un elaborato breve che faccia il punto su un tema assegnato. L’autonomia è importante, proprio perchè, in teoria, la tesi triennale serve anche a valutare l’attitudine riflessiva dell’allievo a proseguire un percorso accademico.
Questa autonomia è un valore e il Discovery accompagna in modo adeguato il primo percorso di ricerca che uno studente intraprende nella sua carriera accademica.

3) E’ utile supportare gli utenti nel selezionare i risultati ottenuti, non tanto spiegando i meccanismi di filtraggio del Discovery, che diventano presto auto-evidenti, quanto spingendoli a sviluppare lo spirito critico (ti è davvero utile questo libro del 1986?)

4) il Discovery, sostiene l’autrice, diventa un “trampolino”, un gateway verso database specifici che MAI lo studente “medio” avrebbe consultato.
Questo mi sembra particolarmente importante: è evidente che il Discovery è un volano potente rispetto a collezioni digitali costose e spesso poco usate perchè poco conosciute e magari percepite come complesse e faticose da usare (quindi, in base al Principio del minimo sforzo (5), evitate).
Aggiungo che spesso i bibliotecari ritengono che “c’è il link nel sito” sia un sufficiente motivo per far conoscere e usare una risorsa (il “link nel sito” è in fondo il correlativo digitale del libro a scaffale aperto). Invece, come ci insegna il vecchio Ranganathan, ogni risorsa va introdotta, promossa, fatta conoscere al momento giusto: cioè quando l’utente ne ha bisogno.
Un discovery a mio parere assolve in modo molto efficace questo compito: permette alle collezioni digitali della biblioteca di un’istituzione di emergere in modo efficace.
Insieme al bibliotecario (e poi da solo) lo studente può decidere se restare nel Discovery o passare a un database specifico, che risulta particolarmente produttivo nella ricerca impostata e offre specifiche modalità di ricerca.

5) Primo assomiglia a Google e a Google Scholar
Questo permette un passaggio non traumatico e “a bassa soglia” da Google a un insieme di fonti autorevoli e utili per la ricerca rompendo quella barriera che, dalla facilità gratificante di Google portava (o spesso NON portava), alle asperità degli OPAC e di molti database.
Gli studenti capiranno presto che la qualità dei documenti restituiti dal Discovery differisce dagli output di una googlata del titolo della tesi (che tutti fanno in prima battuta, e a volte anche in ultima): capire la differenza tra documenti peer reviewed e non peer-reviewed non significa evitare questi ultimi in una dicotomia buoni-cattivi (mai semplificare!) ma disporre di briciole di consapevolezza in più rispetto alle modalità della produzione di conoscenza scientifica.

Per concludere la mia opinione è che il Discovery sposta l’attività di Information literacy dagli aspetti di istruzione meccanica (e diciamo pure pedante) della ricerca di informazione (clicca qui – clicca là) agli aspetti che riguardano la contestualizzazione dei risultati della ricerca, la consapevolezza del valore dell’informazione, la capacità nell’utilizzare l’informazione ottenuta in modo efficace consapevole e autonomo.

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NOTE
(1) NISO: The Future of Library Resource Discovery. A white paper commissioned by the NISO Discovery to Delivery (D2D) Topic Committee By Marshall Breeding, February 2015: lista discovery tool pp. 4-6. (http://www.niso.org/apps/group_public/download.php/14487/future_library_resource_discovery.pdf)
(2) Enrico Francese, Test di usabilità sul Discovery Tool all’Università di Torino. Biblioteche Oggi, 2013, vol. 31, n. 10, pp. 10-17. (http://eprints.rclis.org/22560/)
(3) R. David Lankes, L’atlante della biblioteconomia moderna. Ed. italiana a cura di Anna Maria Tammaro e Elena Corradini, Milano : Bibliografica, 2014 pp. 72-73.
(4) Elena S. Azadbakht, Information Literacy and Instruction: Information Literacy Instruction with Primo. Reference & user services quarterly Vol 54, No 3 (Spring 2015). (http://journals.ala.org/rusq/article/view/5638)
(5) “Principle of least effort” cfr. Marcia Bates, Improving user access to library catalog and portal information: final report. Prepared for the Library of Congress, 2003, p. 4-5. (http://www.loc.gov/catdir/bibcontrol/2.3BatesReport6-03.doc.pdf)

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