Essere “Embedded librarian”. Cosa vuol dire e perchè non è poi così male

21 aprile 2014

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C’è Enrico Francese, un digital librarian di Torino che presenta il nuovo discovery tool del suo Ateneo con un tavolo itinerante sistemato nei locali dell’università e un computer portatile collegato in rete, lontano dai locali della biblioteca.

Poi, c’è Tommaso Paiano, bibliotecario anche lui, che collabora con un coworking, uno spazio condiviso che serve come “incubatore” di idee e progetti legati al settore IT.
Poi ci sono i bibliotecari che collaborano con Wikipedia.

Nel mio piccolo, passo una parte del tempo lavorativo portando con me un pc portatile,
e sulla base di un progettino dal titolo “Apprendere l’uso dei servizi della biblioteca per imparare a documentarsi“, illustro agli studenti, fuori dalla biblioteca, nelle aule dove ci sono le lezioni, le principali risorse informative.

Se la biblioteca si è in gran parte smaterializzata, e quello che serve sta dentro un laptop, il bibliotecario (e specialmente il bibliotecario di reference in una biblioteca accademica, che è il modello che meglio conosco) non è più “incatenato” agli scaffali ma diventa più agile e leggero, e libero di andare ovunque.
E questo “ovunque” diventa tutti i luoghi dove l’informazione specialistica è necessaria: aule accademiche, laboratori, studi medici, e via via ampliando: studi professionali, spinoff, luoghi dove si progetta la formazione a distanza (penso ai MOOCs), o dove si generano idee, come gli spazi di coworking.

Alla base di queste esperienze c’è il modello dell'”embedded librarian” (“bibliotecario incorporato”) che viene descritto per la prima volta (*) nel 2004 da Barbara Dewey, in un articolo (**) pubblicato nella rivista Resource Sharing & Information Networks.
Il termine “embedded librarian” originariamente allude ai giornalisti “incorporati” nell’esercito americano nelle missioni belliche in Irak (sob, paragone quantomai disonorevole e infelice), e fa riferimento, nell’articolo citato sopra, a questo tipo di figure:
bibliotecari accademici che si muovono all’interno dei campus, in cui a spazi dedicati allo studio silente e contemplativo se ne affiancano altri per il lavoro di gruppo e laboratoriale
– bibliotecari accademici che sono partner nelle attività di ricerca: affinchè questo partenariato si stabilizzi il bibliotecario deve dimostrare come le collezioni informative della biblioteca possono contribuire a migliorare gli output della didattica e della ricerca (già: i docenti universitari sono persone concrete)
– bibliotecari che collaborano nella diffusione efficace delle pubblicazioni prodotte dall’Università sia partecipando alla progettazione di repository sia curandone la disseminazione e il marketing

E’ evidente che questo approccio separa la biblioteca come spazio fisico statico (e come sappiamo difficilmente “traslocabile” a causa dell’entità delle collezioni custodite nei magazzini) dal bibliotecario, che invece può spostare le sue competenze ovunque ci sia una connessione internet, “armato” solo della sua credibilità e autorevolezza – e naturalmente munito della possibilità di accedere a una robusta e completa collezione di documenti digitali, senza i quali, a mio parere, in ambito accademico nulla è possibile.
Ma richiede anche al bibliotecario la capacità di attivare rapporti individuali con la comunità scientifica e promuovere le collezioni digitali.
Promuovere le collezioni digitali?
Dicono alcuni: “ma c’è il link nel sito” senza capire che questo non basta, perchè riproduce precisamente il calco culturale della biblioteca in mattoni che dice di se’: “siamo aperti dalle 9 alle 18.00“. Il fatto che una risorsa digitale esista e abbia un link nel sito non è sufficiente: bisogna farla emergere in modo competente e conciso; è necessario mostrarla e metterla a valore non come “patrimonio della biblioteca” ma come uno strumento concreto e operativo di miglioramento della didattica, di facilitazione della ricerca.

Attualmente alcune tematiche dell’embedded librarianship sono rintacciabili in questo blog, curato dal bibliotecario David Shumaker, della Catholic University of America a Washington.

DISCLAIMER
– Questo post non sostiene che le biblioteche come spazi fisici siano obsolete, anzi: esse sono luoghi dell’accoglienza, dove il bibliotecario principalmente risiede ed è rintracciabile, dove svolge la parte maggiore della sua attività di reference.
– Questo post non sostiene che il bibliotecario bravo e motivato possa -da solo- sopperire alle necessità informative della sua comunità a prescindere dai “manufatti” informativi (ampie sottoscrizioni di ejournals, link resolver, discovery tool): alle sue spalle c’è sempre un sistema che, ed esempio, assicura e negozia l’accesso alle collezioni elettroniche indispensabili in ambito accademico.
Si intende piuttosto affermare che l’essere “incorporati” in progetti e situazioni dove la ricerca e la produzione di contenuti ha luogo permette al bibliotecario, e ai documenti digitali, “liquidi” e granulari che gestisce, di farsi conoscere e sprigionare valore e potenzialità.

E per concludere
Forse, ancora una volta, aveva ragione il vecchio Ranghanatan quando scriveva:
In effetti, la terza legge prevede che il bibliotecario addetto al reference si comporti come un piazzista per ogni libro e per ogni documento della biblioteca. […] Dovrebbe muoversi con disinvoltura nel mondo dei lettori, quasi fosse un agente di commercio che reclamizza un prodotto nel mondo dei consumatori. Deve conoscere bene le qualità dei libri e dei documenti, quasi come l’agente di commercio conosce bene le qualità delle merci” (***)
Capisco che il termine “piazzista” è quantomai irritante ma l’embedded librarian è anche un po’ questa cosa, è un po’ un commesso viaggiatore nei luoghi dove si genera conoscenza: ma al posto del termine “libro” dobbiamo mettere tutte le risorse immateriali (inclusa la nostra expertise).
E comunque, lasciamoci suggerire da questo passo di Ranghanatan che dobbiamo essere noi a uscire dalle mura della biblioteca a incontrare i nostri utenti (e comunità più ampie e allargate), senza aspettare passivamente, e con un po’ di presupponenza, che debbano essere loro a varcare le porte dei nostri uffici.

—–
(*) così sostengono Susan Sharpless Smithe e Lynn Sutton “The embedded academic librarian“, in: Diane Zabel, Reference reborn, breathing new life into public services librarianship, ABC Clio, 2011 pp.93-104
(**) Barbara I. Dewey, The Embedded Librarian. Strategic Campus Collaborations, in: Resource Sharing & Information Networks, Volume 17, Issue 1-2, 2004 pp. 5-17
(***) Il Servizio di reference / S.R. Ranganathan ; a cura di Carlo Bianchini ; prefazione di Mauro Guerrini. Firenze : Le Lettere, 2009.
[fonte dell’immagine: http://npc.mlanet.org/mla13/?p=1160%5D

3 Risposte to “Essere “Embedded librarian”. Cosa vuol dire e perchè non è poi così male”

  1. Manuela D'Urso Says:

    Cara Laura, ho letto con molto piacere questo tuo post! Nei corsi che tenevo gia’ nel 2007 ho sempre proposto il ruolo di embedded librarian come soluzione per quelle realta’ in cui il bibliotecario di reference -demoralizzato e frustato- si ostinava a presidiare una postazione a cui nessuno si rivolgeva. A presto!

  2. RefKit Says:

    Cara Manuela grazie per il tuo commento: sì anche nei corsi successivi sottolineavi questo aspetto con molta efficacia. La mia idea e’ che i corsi,specialmente quelli interessanti e pieni di cose come i tuoi, gettano dei semi che prima o poi fioriscono🙂 Grazie e a presto. Laura

  3. Livia Castelli Says:

    No, non è affatto così male. E’ la definizione a essere malefica, perché evoca uno dei momenti più bassi nella storia dell’informazione mondiale, e per di più nel corso di una guerra sanguinosa. Altro che valutazione delle fonti, verifica dei dati, qualità dell’informazione. Insomma è un nome che smentisce sé stesso. Possibile mai che non si possa escogitare una degna traduzione.


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