Contro il colonialismo digitale. Un libro da leggere, un dibattito aperto.

18 agosto 2013
copertina del libro Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati - Laterza 2013

Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale : istruzioni per continuare a leggere. Laterza, 2013

Questo libro di Roberto Casati è scritto benissimo, e leggerlo è davvero piacevole: lo sottolineo in premessa perchè nella saggistica la felicità di scrittura non va mai data per scontata.

Ne consiglio vivamente la lettura ai bibliotecari perchè i temi affrontati sono, come vedremo, al centro delle discussioni che da tempo animano la nostra comunità; ma anche perchè è un libro documentato, pieno di ritmo, che assume il canone agile ma solido del pamphlet, del libro a tesi strutturate e argomentate; perchè infine invita ad una conversazione alla quale è difficile sottrarsi.

Per me, il problema di questo libro è l’ambivalenza: contiene infatti considerazioni che condivido in pieno – ne accenno nella seconda parte della recensione – accanto a (e a supporto di) una tesi di fondo che, invece, mi lascia perplessa.

Partiamo dalla tesi di fondo.
Secondo Roberto Casati la lettura, o meglio il tempo della lettura dei libri, è stato eroso, minacciato, rubato dai dispositivi elettronici, nello specifico dai tablet, che sono in realtà vetrine sterminate e luoghi di distrazione compulsiva e di massa.
Tablet e smartphone distraggono quindi dalla lettura di libri, attività che invece va protetta e tutelata.
C’è evidentemente un problema di progettazione delle interfacce: a differenza dell’ebook reader il tablet fa moltissime cose; quindi mentre lo usiamo per leggere ci segnala l’email e gli SMS in arrivo, tutti gli aggiornamenti dai nostri social networks, ed è un luna-park di App attraenti.
Ciò sottrae alla lettura quella concentrazione che è necessaria.
Se questo fosse il problema, la risposta ovvia sarebbe che lo strumento migliore per leggere gli ebook non è il tablet, ma è l’ebook reader (ospitale verso formati aperti – cioè non Kindle).

A me pare tuttavia che la tesi sostenuta da Roberto Casati non alluda solo a un problema tecnico di design delle interfacce: ciò che mi lascia perplessa è che l’Autore sembra considerare come Lettura importante e da proteggere (in quanto “rubata”) principalmente la “lettura di libri”, e sembra assumere la “forma-libro” (di carta) come il veicolo principale, se non unico, di una tipologia di Lettura “altra/alta” in qualche misura più preziosa, e quindi insidiata dalle distrazioni.
Rappresentare la lettura-di-libri come Lettura tout-court (intesa come atto critico e auto-formativo) è una sineddoche, e questo a me pare il gesto teorico implicito in tutto il libro: tanto è vero che, quando si propone di istituzionalizzare nelle scuole la pratica della lettura “massiccia”, si allude alla lettura di libri “dalla mattina alla sera” (stigmatizzando giustamente le letture forzate dei Promessi sposi).
A me pare invece che “lettura“, per nulla inferiore alla “lettura-di-libri“, sia anche il post di un blog (come questo, o questo, o questo, che non possono avere equivalente cartaceo); mi pare lettura l’articolo di una bella rivista, è lettura un racconto o un reportage.
L’internet in cui ci muoviamo è in gran parte testuale, e moltiplica, invece che ridurre, le opportunità di “lettura (anche se non necessariamente “lettura di libri”).
A me pare che non si è mai letto (e scritto) tanto come ai tempi dell’iPad e dell’Internet ubiquo e di massa.
Allora, io credo che il lavoro culturale importante da fare non sia tanto creare ambienti protetti che facilitino la lettura immersiva (1) di libri (ci sono anche libri mediocri, leggere libri non è di per sè attività culturalmente alta), ma piuttosto non stancarsi mai di mostrare come l’internet di massa in cui ci muoviamo sia un gigantesco ipertesto, in cui bisogna saper scegliere e selezionare il meglio.

In sintesi: una cosa è sostenere che il tablet non è l’interfaccia ottimale per la lettura immmersiva di libri, altra cosa è sostenere che la Lettura va protetta accantonando i tablet e leggendo libri in classe.
Attraverso il tablet, che è una porta spalancata, e vertiginosa, verso l’internet ubiquo di massa, io posso (educare a) scegliere moltissime letture interessanti e culturalmente significative. Questa porta non va chiusa. Trasmettere l’idea che questa porta vada chiusa, per preservare la lettura “rubata”, significa a mio avviso, nel nostro paese reale, nelle nostre scuole reali, contribuire al ritorno di chi questi mezzi non li comprende e non li ama (il 44,5% delle famiglie italiane secondo l’Istat) e chiede solo di poter tornare alle antiche certezze, alla didattica di sempre, e desidera poter dire che la ricreazione è finita.

***

Invece.
Condivido pienamente e riporto, commentandole in questa recensione, alcune altre idee chiave del libro di Roberto Casati.
La prima è che bisogna respingere il colonialismo digitale, ovvero l’ideologia in base alla quale tutto ciò che può essere convertito in digitale deve essere convertito in digitale: Casati cita la fotografia (io aggiungerei gli e-journals e il gioco degli scacchi) come transizione al digitale ben riuscita; non così operazioni più complesse come l’insegnamento (ma l’evolversi della didattica blended e dei MOOCs va studiato attentamente) o come il voto, o l’aggregazione politica.
Condivido anche la critica all’enfasi sui nativi digitali. Intorno al concetto di digitali nativi si è creato un vero e proprio “moral panic” cioè una elevata esposizione mediatica del fenomeno, un approccio sensazionalistico ed emergenziale non supportato da evidenze empiriche (2).
Roberto Casati è durissimo con Mark Prensky (“sviluppatore di videogiochi“), colui che ha coniato, nel lontano 2001, la definizione di nativi/immigrati digitali; va però detto che nel 2009 lo stesso Prensky ritorna in maniera critica sul concetto di nativi digitali (3), giustapponendo ad esso una “saggezza digitale” propria di chi utilizza le tecnologie in modo riflessivo e consapevole, a prescindere cioè da una abilità “generazionale” non dimostrabile.

La parte migliore, e per me più convincente, del libro è quella dedicata alle strategie, che definirei di resilienza, verso gli aspetti più controversi dell’internet ubiquo e contemporaneo.
Ad esempio insegnare come Google funziona, in modo che non venga usato acriticamente come strumento magico: in alcuni miei corsi per spiegare l’uso di Google mostravo questa infografica; Casati sottolinea come Eli Pariser, con il suo libro “La bolla dei filtri” (ne parlo qui), spinge le cose più in là: Google ci mostra i risultati ritagliati in base all’accurato data mining delle nostre abitudini in rete. Le contromisure, per Pariser, sono prevalentemente tecnologiche, mentre Roberto Casati suggerisce strategie più sottili: fare di tanto in tanto ricerche a caso e aleatorie, usare una home page che genera link casuali, insomma gettare fumo negli occhi ai parser di Google (e di Amazon) i cui algoritmi sono alle nostre calcagna per mettere a valore, sul mercato degli inserzionisti (4), i dati dei nostri percorsi online.

Altre due strategie di resilienza mi paiono davvero significative, anche se faticose:
intervenire negli spazi pubblici online (si pensi a Facebook) con “spinte gentili“, facendo circolare il dubbio, e disinnescando il potenziale di quelle che David Weinberger chiama “camere dell’eco” (5), i luoghi online che riflettono e amplificano solo il proprio punto di vista (qualunque esso sia, la rete è varia). Giustamente Casati ricorda come Breivik, il folle che uccise decine di giovani in Norvegia, aveva redatto un memorandum delirante che è un copia-e-incolla di tesi tratte da vari siti razzisti e anti-multiculturalisti.
Scrivere voci o correggere voci di Wikipedia, anzichè affidarsi al copia-incolla passivo dell’enciclopedia.
Roberto Casati, in alcune pagine molto belle, sottolinea come i meccanismi redazionali di Wikipedia, presidiati da “cavalieri del lavoro oscuro“, veri curators editoriali, sono basati su criteri espliciti, e su metodi democratici di co-decisione. Wikipedia, scrive Casati, è uno spazio pubblico che merita di essere preservato e curato da tutti.
Aggiungo tra parentesi che alcuni bibliotecari ci stanno provando, con questo spirito, con risultati interessanti.

In conclusione, a mio avviso questo saggio va letto e va discusso, perchè esplora, da una angolatura non tecnofobica ne’ apocalittica – e non banale, il mondo in cui noi knowledge workers ci muoviamo e ci “sporchiamo le mani” tutti i giorni. L’approccio non banale ai temi, e la stessa struttura a tesi del libro ci indicano che “Contro il colonialismo digitale” non è stato scritto per mietere consensi incondizionati in tutta la platea dei potenziali lettori.

NOTE

(1) Trovo che la lettura immersiva sia magistralmente descritta nell’incipit di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino
(2) The “digital native” debate: a critical review of the evidence / Sue Bennett, Karl Marton, Lisa Kervin, in: British journal of educational technology, vol 39, n. 5 2008 pp. 775-786
(3) Mark Prensky, H. Sapiens Digital: from digital immigrants and digital natives to digital wisdom, in: Innovate, journal of online education, Vol 5 (3), February, March 2009
(4) Segnalo un interessante paper dell’OECD che indica delle concrete metodiche per calcolare il valore dei dati personali che rilasciamo online: OECD (2013), “Exploring the Economics of Personal Data: A Survey of Methodologies for Measuring Monetary Value”, OECD Digital Economy Papers, No. 220, OECD Publishing. http://dx.doi.org/10.1787/5k486qtxldmq-en (mi ero ripromessa di scriverci un post. Ce la farò mai?)
(5) David Weinberger, La stanza intelligente : la conoscenza come proprietà della rete, Torino : Codice 2012 pp. 110 segg.

A MARGINE
segnalo la recensione di Luca Ferrieri: “Ma l’ebook e’ colonialista?” pubblicato nel blog collettivo “Gruppo/i di lettura” e di Virginia Gentilini “Entrare a far parte del meccanismo della conoscenza” (combattendo il colonialismo digitale).

9 Risposte to “Contro il colonialismo digitale. Un libro da leggere, un dibattito aperto.”

  1. aubreymcfato Says:

    Una sola nota veloce: https://duckduckgo.com/ è un motore di ricerca “neutro”, e sta crescendo molto. Elimina il problema della bolla dei filtri.

  2. aninstellina Says:

    ho appena acquistato il volume, sono certa che rappresenti una lettura interessante!

  3. RefKit Says:

    Grazie aubreymcfato per il link: l’interfaccia e’ molto pulita. ho provato a cercare il nome della mia citta’ in duckduck e in google dal pc di casa: Google mi offre tra i primi 10 il sito dell’istituzione dove lavoro mentre duckduck no…….

  4. marcogoldin Says:

    Il bello di duckduckgo è che si possono sottoporre al CEO & fiunder Gabriel Weinberg problemi, perplessitá o anche semplicemente richiedere spiegazioni. Qui il suo account twitter: https://twitter.com/yegg. Personalmente lo apprezzo più per la filosofia “non ti tracciamo” alla base del progetto e per le funzioni !Bang, indubbiamente di nicchia però, almeno per ora.

    Quanto al libro grazie mille per la segnalazione, è giá nella wishlist😉

  5. RefKit Says:

    Grazie marcogoldin, cosa sono le funzioni !Bang? Non c’entrano con questo immagino http://en.wikipedia.org/wiki/Bang%E2%80%93bang_control

  6. marcogoldin Says:

    No, è molto più semplice, qui il datasheet con tutte le query possibili: https://duckduckgo.com/bang.html

    In pratica il motore di ricerca ha abilitato la funzione di ricerca diretta su più di 100 siti, bisogna anteporre il comando ! seguito da una delle tante variabili (ad esempio [ !academic personal data ] è una stringa che consente l’estrazione di tutti gli articoli accademici da microsoft academic search riguardanti il tema dei dati personali, e così via per centinaia di opzioni) per ottenere risultati diretti nel rispetto della privacy del famoso HTTP referrer header.

    Mi sembrava importante sottolinearlo proprio in relazione all’articolo dell’OECD citato in nota e, soprattutto, a Eli Pariser.

    Circa un mese fa di DuckDuckGo parlavo qui: http://inmediaref.wordpress.com/2013/07/15/google-tracks-you-duckduckgo-doesnt/

    Sono proprio curioso di leggere Casati, anche perché dopo Tom Chatfield, “Vertigine digitale” di Andrew Keen e “Net Smart” di Rheingold mi sembra di capire che la letteratura critica sulla deriva digitale (e solipsistica se pensiamo al futuro come a una sorta di panopticon, nel quale esibiremo la nostra stessa esibizione in un circolo vizioso tutt’altro che collaborativo) sia sempre più frequentata non solo dai teorici di internet.
    Richard Stallman ne parlava già negli anni ’90, ma chi poteva immaginare che i suoi j’accuse profetici sarebbero stati così vicini alla realtà?

    Grazie ancora, buona serata.


  7. […] per continuare a leggere con alcuni pregiudizi. Mi ci sono avvicinata soprattutto grazie alla recensione di Laura Testoni che condivido in pieno. Mi ci sono avvicinata in ritardo, in realtà, dopo che […]


  8. […] iniziato questa cosa perchè Laura (update: e poi Virginia) ha scritto questa bella recensione dell’ultimo libro di Casati, Contro il colonialismo digitale. Poi la cosa mi è sfuggita di […]


  9. […] sono mai riuscito a completare l’articolo, ma la mia opinione su questo libro molto letto e molto commentato si può riassumere così: […]


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