Digital literacy e biblioteche. Un documento “aperto”.

7 ottobre 2012
immagine non rilevante

      

Il 18 settembre la Digital literacy task force (gruppo di lavoro all’interno dell’OITP (*), Ufficio per la politica delle tecnologie dell’informazione dell’ALA) ha pubblicato il documento “Digital literacy, libraries and public policy” [pdf]. Si tratta di un draft aperto alle correzioni: è possibile proporre commenti, previa registrazione, fino al 19 ottobre.

Questo documento a me pare interessante e utile, specialmente se ci sforziamo di estrarre da esso ciò che non riguarda strettamente il mondo delle biblioteche americane (17.000 biblioteche pubbliche, 99.000 scolastiche e 3.800 accademiche e di college).
Il primo aspetto da sottolineare è che la Digital literacy non è considerata in termini piattamente evolutivi rispetto all’Information literacy: quest’ultima piuttosto ne è una premessa: senza una capacità di base nel gestire il testo, la lettura e la scrittura non ci possono essere altre literacies; in altre parole la Digital literacy DEVE includere la padronanza delle literacies tradizionali, basate sul testo e la scrittura.

La Digital literacy coglie piuttosto una evidenza empirica, valida negli Usa come da noi: più dell’80% delle imprese più importanti pubblicano le loro offerte di lavoro solo online e richiedono candidature solo online.
Se questo è il dato, la Digital literacy è lo strumento per creare una forza lavoro competitiva, e l’inclusione digitale diventa inclusione sociale e economica.
Ed infatti 30 milioni di utenti negli Usa riferiscono di aver usato la biblioteca pubblica come supporto alla ricerca di impiego, al punto che il Dipartimento del lavoro ha diramato alle locali agenzie (noi diremmo: i Centri per l’impiego) una indicazione a favore dei partenariati con le biblioteche pubbliche.

I confini della Digital literacy non sono statici ma sono spinti sempre più in avanti mano a mano che i social media e le altre piattaforme interattive diventano sempre più mainstream e essenziali alla vita di ogni giorno.

E Digital literacy non è solo apprendere tecniche, e non è neppure un piano per la banda larga, o un pc in ogni scuola; quanto piuttosto saper usare in modo responsabile e creativo i media digitali, conoscerne i codici e la netiquette (termine antico e nobile, che ritrovo nel report). Vuol dire, forse, calibrare la propria presenza in rete in modo altro rispetto alla passiva trasmissione virale di gattini LOL (**) e altri “tormentoni” (***).

Tipica immagine lolcat

Tipica immagine di “LOLcat”. Fonte: en.wikipedia.org/wiki/Lolcat



Nel documento OITP/ALA si sottolinea come la Digital literacy è una abilità che comprende però anche aspetti cognitivi (ecco la definizione: Digital Literacy is the ability to use information and communication technologies to find, evaluate, create, and communicate information, requiring both cognitive and technical skills).
Più specificamente gli aspetti cognitivi concernono, ad esempio, la capacità di comprendere le relazioni tra tecnologia, formazione permenente, privacy; l’uso dell’appropriata tecnologia per comunicare e collaborare con i propri pari, i colleghi, la famiglia e, eventualmente, il pubblico.

Il documento si articola in alcuni temi chiave intorno alla Digital literacy.
La prima riguarda il fatto che il gap di competenze digitali ed il gap digitale si alimentano a vicenda: le famiglie che hanno meno competenze e possibilità non richiedono l’accesso alla banda larga, ma dove l’infrastruttura tecnologica è carente anche la competenza non è incoraggiata. Questa riflessione, che pare ovvia, non lo è, perchè dimostra come l’infrastruttura tecnologica è necessaria, ma non basta a colmare il divario digitale.
E infatti, tra le buone prassi viene indicato un documento del 2012 (Building a digital communities. A framework for action [pdf]) commissionato a IMSL (****) dal Piano nazionale per la banda larga, che mette in enfasi non tanto gli aspetti tecnologici, quanto la necessità, appunto, di “costruire comunità digitali.
Il secondo punto sottolinea l’importanza di una azione comune, che coinvlga educatori e bibliotecari; il terzo e ultimo concerne l’impatto economico e sociale della Digital literacy: il 21^ Secolo richiede lavoratori digitalmente alfabetizzati, e le biblioteche possono capitalizzare l’interesse dei governi per questo aspetto.

Obiettivo della seconda parte del documento è disegnare un continuum nel tipo di Digital literacy che le differenti biblioteche possono fornire ai loro utenti.
Le biblioteche scolastiche possono educare i più giovani all’uso della tecnologia, anche attraverso tecniche partecipative e inclusive di insegnamento.
le biblioteche accademiche devono cooperare con professori e insegnanti per integrare le competenze informative nel curriculum. In questa sezione l’accento è fortemente posto sulla tradizionale Information literacy, sugli ACRL’s Information Literacy Competency Standards for Higher Education del 2000😦 , sulle strategie di ricerca e sulle tecniche citazionali.
Le biblioteche pubbliche, attive sul fronte della formazione permanente, permettono l’accesso a risorse online alle persone più svantaggiate. Viene osservato che le biblioteche pubbliche sono le istituzioni che sostengono nei fatti i costi delle politiche di digitalizzazione dei servizi portate avanti dalle agenzie governative: più servizi e sportelli pubblici approdano online, più le persone in difficoltà vanno nella biblioteca pubblica, punto di frontiera, e in alcuni casi punto terminale (e critico) della filiera dell’informatizzazione dei servizi civici.

Si tratta di un report diseguale.
La prima parte a mio avviso ha un livello di astrazione elevato, e – come ho cercato di mettere in evidenza in questo post – permette di interrogarsi sulla posta in gioco che sta intorno alla Digital literacy, non solo negli Usa.
La seconda parte sconta la rigidità in cui vengono divise le competenze per tipologia di biblioteca, e non aggiunge, così mi pare, molto a quanto già sappiamo.
Dobbiamo ricordare che si tratta d una bozza, e sarà necessario rivedere il testo definitivo.

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NOTE

* In questo blog abbiamo già parlato di OITP.

** I “gattini LOL” (lolcats) sono foto amatoriali di gattini in posizioni buffe o antropizzate, accompagnate da scritte diverse, spesso grammaticalmente e volutamente scorrette e storpiate. Si veda: http://en.wikipedia.org/wiki/Lolcat.

*** Con il termine un po’ approssimativo e grezzo di “tormentoni” intendo i Meme che girano viralmente in rete. Ringrazio Silvia Franchini (Bibliosphera) per aver segnalato queste slide: “Rage against the mainstraim. Mème culture” che, pur partendo da un approccio legato al marketing, sono utili per decostruire / compendere i meccanismi alla base dei Meme. La consapevolezza verso la struttura e le caratteristiche dei Meme è secondo me pertinente alla Digital literacy.

**** IMSL (Institute of Museums and Library services) www.imsl.gov è una istituzione governativa americana di supporto a biblioteche e musei in diverse attività, tra cui l’accesso a sovvenzioni e contributi

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