I ricercatori di domani

23 luglio 2012

Ricercatori di domani. Copertina della ricerca

Researches of tomorrow. Giugno 2012

Ricercatori di domani è il titolo di una ricerca ad ampio raggio pubblicata a Giugno 2012 e realizzata dal 2009 al 2011 da British library, JISC (the Joint Information Systems Committee) e HEFCE (Higher Education Funding Council).
Obiettivo del survey è indagare il comportamento nella ricerca di informazioni scientifiche degli studenti di dottorato, per permettere a Enti di ricerca e biblioteche di attivare politiche e scelte ponderate.
Oggetto dell’analisi sono gli studenti universitari degli Atenei inglesi nati dal 1982 al ’94 (attualmente persone dai 18 ai 30 anni). Nella nella ricerca essi sono chiamati “Generazione Y” per distinguerli dal focus di un’altra ricerca BL/JISC “The Google Generation: Information Behaviour of the Researcher of the Future“, pubblicata nel 2008 e centrata sui “digitali nativi”: la “Generazione Y” precede i digitali nativi e, come vedremo, se ne differenzia in modo sostanziale.
I dati emergono da interviste e questionari somministrati a più di 17.000 studenti di più di 70 High School del Regno Unito tra il 2009 e il 2011.
I risultati della ricerca ci restituiscono un quadro molto “europeo” (torno dopo su questo aspetto) che si discosta dall’immagine ormai “tipica” degli studenti iperconnessi sempre online e super attivi nei social networks.

Nelle righe che seguono un breve riassunto dei risultati chiave della ricerca, a cui seguono alcune considerazioni.

Cosa cercano gli studenti
Gli studenti cercano soprattutto (80% in tutte le discipline) fonti secondarie (cioè articoli di riviste scientifiche peer reviewed, abstract, letteratura pubblicata) e non fonti primarie, cioè dati grezzi, manoscritti o fonti di archivio. Il mancato accesso al full text degli e-journal (spesso tariffati) è fonte di delusione e frustrazione.

Dove cercano l’informazione
Google (nella variante schoolar) è certamente favorito (30%), ma sono molto usati i database di citazioni e l’interfaccia di ricerca degli aggregatori di e-journal (o degli editori).
Si conferma un fenomeno noto: si scarica molto di più di quanto effettivamente si legga.

Nuove tecnologie e social network
Gli studenti universitari amano e conoscono bene la rete, la usano intensamente nella vita quotidiana, tuttavia
non sono i “primi entusiasti utilizzatori” (early adopters) dei più nuovi strumenti e risorse. Considerano un problema noto quello della distrazione indotta dall’uso di internet e dei social media.
Sebbene competenti in ICT, faticano a vedere l’utilità immediata degli strumenti tecnologici nella loro attività di ricerca. Il grafico sotto illustra in dettaglio l’utilizzo di alcuni strumenti:

Fig. 9 pag.18 del report: Use/value of technological tools

Fig. 9 pag.18 del report: Use/value of technological tools


L’eventuale utilizzo di applicazioni “web 2.0” avviene in modalità passiva piuttosto che attiva (guardano wiki ma non producono contenuti, consultano blog ma non bloggano ne’ commentano ecc.).
Fanno eccezione gli stumenti di reference management (social bookmarking, Mendeley, il social network Academia.edu ecc.).

Condivisione dell’informazione e lavoro in gruppo
Nel campo delle scienze sociali e umane il 90% degli studenti dichiara di svolgere da solo (non in gruppo) la propria attività di ricerca, e l’isolamento è accettato come parte degli studi specialistici e di dottorato.
I contatti sociali, lo scambio di informazioni sono sempre menzionati come aspetti importanti e positivi, ma in concreto ciò non si traduce in attività di networking online: i social media sembrano non essere utilizzati dai dottorandi per collaborare e comunicare nell’ambito dell’attività di ricerca.

Le risorse Open access e il copyright
Emerge un gap conoscitivo e di consapevolezza tra gli studenti universitari, rispetto alle tematiche dell’Open access e sulle risorse di auto-archiviazione (repositories).
In particolare, sembra sussistere una considerevole confusione tra l’Open access, le risorse apertamente disponibili su web e i social media. Alcuni studenti riportano che i loro supervisori non approvano che
vengano citate fonti Open access (quest’ultimo aspetto mi pare particolarmente preoccupante, e ci ritornerò).
Tuttavia, nel corso della ricerca (dal 2009 al 2011), sembra crescere sensibilmente la percentuale di studenti disponibili a pubblicare nelle riviste OA (da 28% nel 2009 a 49% nel 2011).
Anche sui temi del copyright rispetto alla disseminazione dei risultati della ricerca emerge una conoscenza / consapevolezza piuttosto scarsa.

Quale formazione/supporto per gli studenti universitari?
Gli studenti di dottorato non sono interessati ai training generici organizzati dalle istituzioni sull’uso delle risorse informative.
E nemmeno i training online sembrano apprezzati: ciò che viene richiesto è piuttosto un supporto faccia-a-faccia (e non un training) ritagliato individualmente.

L’importanza del mentore (supervisor)
L’indagine sottolinea come in tutte le scelte che hanno a che fare con l’attività di ricerca il supervisor (noi diremmo: il docente di riferimento, il direttore di ricerca) gioca un ruolo chiave, insieme ma subito dopo al gruppo dei pari.
E generalmente può capitare che il supervisor non sia molto interessato all’utilizzo della tecnologia nella ricerca,
(alcuni ammettono di avere un supervisor tecnofobo), non conosca il movimento OA, e talvolta (forse proprio per questo, viene da aggiungere) scoraggi la citazione di fonti open.

CHE DIRE?
Alcune considerazioni sulla ricerca

Innanzitutto sarebbe a mio avviso un grave errore leggere i risultati della ricerca con un approccio “conservatore”, tendente cioè a mettere tra parentesi quasi 10 anni di dibattito e sperimentazione su nuovi strumenti, tecnologie e approcci.

Il web 2.0 non è più una novità ma è precisamente il web contemporaneo, come oggi lo conosciamo, e alcuni degli strumenti “2.0”, si pensi a Wikipedia, si sono dimostrati straordinariamente longevi e performanti.
Recenti ricerche, ben sintetizzate e approfondite in un recente articolo di Maria Cassella e Agnese Perrone (*) pubblicato su “Biblioteche oggi” di Giugno 2012, fanno il punto proprio su questo.
Insomma: indietro non si torna.

La fotografia che emerge dalla ricerca appartiene innanzitutto alle università europee, forse ancora lontane dall’essere completamente permeabili alle pratiche di social networking ed alle Comunità di pratica **. Il MIT, ad esempio – ne parlo in questo blog – mette a disposizione dal 2002 gratuitamente in licenza CC appunti e e materiali didattici…

Il modello degli studi dottorali, che si configura come apprendistato alla ricerca accademica, chiede esplicitamente allo studente (europeo?) di essere “originale” nell’elaborato finale del suo lavoro di ricerca, ma rigidamente conservatore in tutto il resto: nella scelta dei temi, negli approcci metodologici, e in tutto quello che da ciò consegue.
Mentre nei college o nell’università pre-dottorato il gruppo dei pari è importante, negli studi superiori, a parte il ristretto team con cui (eventualmente, soprattutto in area scientifica) si condividono ricerca e laboratorio la “solitudine” è la regola, ed è la regola il legame forte con il direttore di ricerca.

Un aspetto di questa ricerca non convince, e sarebbe da capire meglio: i nativi digitali, nell’originaria definizione di Mark Prensky (***), sono una classe di età che corrisponde
a coloro che non hanno mai vissuto senza essere circondati da Internet e dalla tecnologia.
La “Generazione Y” oggetto dell’analisi che stiamo commentando (nati negli anni 1982/94) dal punto di vista della classe di età forse non sono nativi digitali in senso stretto, ma ci vanno molto vicino; eppure non sembrano avere quell’atteggiamento “immersivo” rispetto alle nuove tecnologie che sembrerebbe essere caratteristica dei “nativi”.

Una domanda sorge spontanea: il tipo di approccio presentato nella ricerca corrisponde ad una classe di età (e quindi cambierà non apprena la micro-generazione successiva approderà alla ricerca post-laurea) oppure, in qualche misura, è proprio l’istituzione, e la struttura stessa degli studi dottorali, e l’approccio “conservatore” richiesto al ricercatore nel suo apprendistato che impattano nei comportamenti di ricerca (a prescindere quindi dalla narrazione intorno ai nativi digitali ed alla “Generazione Y”)?

Io penso che, se le cose stanno così, le biblioteche accademiche possano fare molto, in termini di advocacy, formazione, supporto, lavoro faccia faccia, a condizione però che riescano ad interloquire non solo con i ricercatori in formazione, ma con i “ricercatori di oggi” (e di ieri) cioè con i supervisor e con tutto il corpo accademico.


NOTE
* Web 2.0 e comunità di ricerca / Maria Cassella, Agnese Perrone, in: Biblioteche oggi, Giugno 2012, pp. 3-13.
** Communities of Practice / Etienne Wenger, International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences, Elsevier Science, Amsterdam,2004, Pages 2339-2342 doi:10.1016/B0-08-043076-7/00361-2
*** Digital natives, digital immigrants / Mark Prensky, in: On the Horizon 9 (5), 2001, pp. 1-6.

Una Risposta to “I ricercatori di domani”

  1. Aledelu Says:

    Molto interessante, grazie. E vorrei aggiungere, soprattutto nel caso dell’università italiana: i “ricercatori” di ieri devono anche lasciare spazio e posti a quelli di oggi e di domani e, possibilmente, non scegliersi come successori placidi studenti che seguono in modo pedissequo gli studi dei loro mentori senza aprire nuovi ambiti di ricerca (parlo del disastrato ambito umanistico).


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