Docu-diversità. Esempi, modelli, buone prassi

24 marzo 2012

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Al convegno Stelline, che quest’anno aveva come titolo “I nuovi alfabeti della biblioteca“, il 16 marzo ho scelto di seguire il seminario “Dati e informazioni per lo sviluppo“, organizzato da AIDA, l’Associazione italiana per la documentazione avanzata, e moderato da Fiorello Cortiana, esperto di cultura digitale.
Obiettivo di questo post non è riassumere l’evento: quasi tutte le slide o le sintesi sono comunque disponibili online, quanto riproporre e declinare alcune delle riflessioni emerse.
La prima: se è necessario preservare e coltivare la biblio-diversità (*), intesa come pluralità delle tipologie e delle varietà del libro, altrettanto importante è avere presente la vasta complessità dell’ambito documentale, cioè quel segmento che corrisponde alla richiesta di informazioni specialistiche in ambito accademico e corporate.
Docu-diversità significa che, oltre alla monocultura delle fonti informative alle quali accedono in prima battuta, secondo studi recenti (**), il 90% degli studenti quando ricercano informazioni (cioè Google e Wikipedia), c’è tutto un mondo “altro”, fatto di dati grezzi, aggregati o rimodulati di qualità elevata, che bisogna saper utilizzare e trovare.

E da questo punto di vista mi sembra felice l’intuizione di Piero Cavaleri: in un contesto informativo in cui siamo abituati a trovare risposte (un click su Google ci offre milioni di risposte), forse quello che dobbiamo nuovamente imparare è formulare le domande.
Il seminario è stato quindi una buona rassegna della docu-diversità esistente.

Dati gratuiti innanzitutto, e quindi “grezzi”, non elaborati, che attendono di essere usati, interpretati, ma anche riusati e messi a valore sono gli Open data. Sappiamo che l’Unione europea, che ha emanato la direttiva 98/2003 relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico (***), considera i dati aperti “Un motore per l’innovazione, la crescita e una governance trasparente” (****), e nei suoi documenti ufficiali (COM 882/2011) stima che a livello economico i guadagni derivanti dalla messa a disposizione di tale risorsa nell’Unione europea si potrebbero quantificare in 40 miliardi di euro all’anno.

Lo stato dell’arte sugli Open data in Italia è offerto da Alessandra Cornero (Formez PA), che presenta gli sviluppi più interessanti: primo tra tutti il portale dati.gov.it ed i suoi strumenti: il catalogo dei dataset pubblici italiani disponibili in formato aperto, strumenti di informazione come il Vedemecum, prodotto nell’ambito del più ampio progetto delle Linee guida per i siti web della PA. Vale la pena di segnalare anche una lista di alcune app sviluppate dagli Enti pubblici a partire da Open data e i webinar, corsi online sugli Open data (molto frequentati: è necessario iscriversi presto).
Altri stumenti formativi, non direttamente prodotti da Formez PA sono: le Linee guida per l’Open data, curate dalla Associazione per l’Open Government, e l’Open data handbook curato dall’Open Knowledge Foundation Italia.
In una mappa specifica sono indicati i dataset presenti e indicizzati in data.gov.it.
Una delle regioni più attive è la Regione Piemonte, la cui esperienza è raccontata da Marta Garabuggio e Anna Cavallo. Il caso della regione Piemonte è particolarmente interessante non solo perchè sono stati i primi ad aprire un repository specifico, segnalato dalla Commissione europea come uno dei pochi modelli di eccellenza in questo campo,
ma perchè è un esempio di presa in carico del tema da parte dell’amministrazione, che ha pubblicato Delibere di giunta (informazioni specifiche qui) e infine una legge regionale specifica (la 24-2011) sugli Open data, la prima che codifica la materia, e soprattutto obbliga gli uffici ad assicurare la disponibilità e la fruibilità dei dati in modalità digitale, svincolando così la diffusione di Open data dalla “buona volontà” di uffici particolarmente sensibili al tema.

La seconda parte del seminario era dedicata ai dati e ai documenti prodotti da realtà corporate e venduti a biblioteche, enti di ricerca, uffici studio, aziende.
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Gli interventi riguardavano prodotti e servizi ad elevato valore aggiunto ben conosciuti dai bibliotecari accademici:
– Lexis Nexis (Reed Elsevier) presentato da Patrizia Rivara (Cenfor)
– ABI/Inform (Proquest) presentato da Yannis Gknatsios (Proquest) e Filippo Fanelli (DEA)
– Bureau van Dijck (AIDA e altri database) presentato da Armando Benincasa (Bureau van Dijck)
In questi casi il modello è differente: i primi due prodotti citati (Lexis-Nexis e ABI/Inform) sono aggregatori, cioè servizi informativi che permettono di accedere a numerose, eterogenee ed autorevoli fonti informative (di solito di tipo testuale: articoli di riviste, newsletter, case-law, giurisprudenza internazionale) opportunamente indicizzati e resi ricercabili da potenti strumenti di interrogazione.
Bureau Van Dijck presenta invece un modello ancora differente: utilizza dati orginariamente pubblici, ma non necessariamente gratuiti, come i bilanci rilasciati dalle aziende in Italia, in Europa o nel mondo. Questi documenti contabili, redatti con criteri diversi, sono armonizzati da Bureau Van Dijck attraverso procedure specifiche (che presuppongono l’approfondita conoscenza delle regole contabili nazionali e internazionali) e resi in questo modo omogenei, cioè comparabili tra loro, permettendo elaborazioni e ricerche approfondite e molto sofisticate, anche a carattere previsionale, e di economic intelligence.
Infine Mariangela Ravasenga (Camera di cammercio di Torino) ha descritto in modo coinciso il mondo della documentazione brevettuale, attraverso l’esperienza del Centro PATlib, biblioteca brevettuale parte di una rete europea, istituita presso la Camera di commercio di Torino, che fornisce alle imprese la documentazione sui brevetti in essere o le indicazioni per procedere al deposito di nuovi brevetti.
Uno degli obiettivi della ricerca brevettuale è identificare le tendenze di evoluzione tecnologica dei mercati, per orientare la propria politica di R&D. L’imprenditoria italiana, pur riconosciuta da tutti per la sua creatività, non sembra tuttavia ancora pronta a riconoscere l’importanza strategica della documentazione brevettuale.

Abbiamo visto in campo quindi tre modelli: dati gratuiti e open, raccolti in repository rilasciati con licenze che ne permettono il riuso e l’utilizzo in servizi più complessi, aggregatori che rendono ricercabili diverse fonti commerciali, e database che armonizzano e rendono confrontabili documenti pubblici specifici complessi e originariamente disomogenei, aggiungendovi funzionalità e strumenti di elaborazione.
La scommessa per il documentalista è conoscere tutti questi strumenti, leggerne con sguardo laico le differenze strutturali, e promuoverne la conoscenza ed il consapevole utilizzo.

————–
NOTE
(*) Per il concetto di bibliodiversità “nel suo duplice significato di varietà delle forme mediatiche e di tutela della differenza e della specificità del libro in questo contesto” rinviamo a L. Ferrieri “Il futuro della lettura e della biblioteca” Relazione presentata al convegno ” Aprire le porte alla lettura e all’apprendimento”, Bressanone, 7/11/2008 e anche: Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti per la tutela e la promozione della bibliodiversità, Parigi, 1-4 Luglio 2007, pubbblicata sulla rivista Il Verri, n. 35 ottobre 2007

(**) Hargittai, Ezster Trust Online: Young Adults’ Evaluation of Web Content, in: International Journal of Communication 4 (2010), pp. 468–494, ma anche: OCLC, Perception of libraries and information resources, 2005, e OCLC, Share, privacy and trust in our networked world, 2007

(***) DIRETTIVA 2003/98/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 17 novembre 2003 relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico, pubblicata in GU L 345 del 31.12.2003, pagg. 90–96

(****) COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO, AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO E AL COMITATO DELLE REGIONI: Dati aperti Un motore per l’innovazione, la crescita e una governance trasparente, documento COM 882/2011.

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