L’etica dell’algoritmo (soli nella bolla)

9 luglio 2011

Non sarà sfuggito ai più l’articolo di Eli Pariser, pubblicato sul giornale inglese Guardian e tradotto in italiano da Internazionale il 6 luglio 2011.

The filter bubble

Pariser, E. (2011). The filter bubble: What the Internet is hiding from you. New York: Penguin Press

L’articolo è la sintesi di un libro dal titolo “The filter bubble“, la bolla dei filtri, pubblicato da Penguin press nel 2011.
Eli Pariser, che oggi ha 30 anni, è stato il direttore di Move.on (un network dedicato all’attivismo politico liberal dal basso) ed uno dei co-fondatori di Avaaz.org il sito no-profit che permette ad ogni utente di organizzare e auto-gestire una petizione online.
La tesi fondamentale dell’articolo tradotto da Internazionale è che l’esito di una ricerca che noi facciamo su Google non è neutro. Il famoso algoritmo Pagerank, che in teoria deve scegliere per noi il risultato più popolare e pertinente, in realtà … “corregge” in maniera significativa l’esito della nostra ricerca, sulla base di 57 altri parametri tratti dai nostri comportamenti in rete: la nostra posizione geografica, le ricerche precedenti, lo stile di vita che emerge dai nostri comportamenti online (acquisti, like ecc.).
Così, in concreto, la medesima ricerca fatta da due diverse persone può portare a risultati anche sensibilmente differenti.
Gogle ci propone ciò che sa che noi vogliamo, asseconda, per così dire, le nostre abitudini.
Su Internet, nessuno sa che siamo cani - Peter Steiner, New Yorker 5 luglio 1993

Peter Steiner, New Yorker 5 luglio 1993

In una antica vignetta del New Yorker due cani, di fronte a un pc si dicono “su internet nessuno sa che sei un cane!”: invece BigG lo sa, e prova a venderci le crocchette preferite.
Dietro tutto ciò ci sono due giganteschi mercati: quello della pubblicità contestuale mirata (Google Ads) e quello dei dati personali che disseminiamo in rete.
In questo modo – questa è la conclusione tratta da Pariser – noi siamo, senza avvedercene, prigionieri in una “bolla di filtri” che ci gratifica e ci compiace, ci offre quello che vogliamo, ci indica cosa desiderare, e in questa bolla siamo soli, essa ci rispecchia in modo caleidoscopico ma centripeto.
Google rafforza e conferma le nostre opinioni, anzichè insinuarci il dubbio, apprende dai nostri comportamenti online più frequenti, dai nostri click banali e irriflessi, attirati, ad esempio, dalla famigerata🙂 colonna destra di Repubblica online -quella delle “curiosità” e del gossip.
colonna destra repubblica online

Repubblica online. Titoli della colonna destra del 9 luglio 2011


Non sfugge la rilevanza etica della questione: i tecnici che scrivono gli algoritmi hanno “l’enorme potere di determinare quello che sappiamo del mondo“.

Cosa possiamo fare noi?
Naturalmente essere consapevoli di questi meccanismi: in alcuni corsi svolti nel 2010 proponevo ai partecipanti una “infografica” sul meccanismo di funzionamento di Google. L’originale, curato da ppc blog è disponibile qui. Io avevo elaborato, con Gimp, un programma gratuito di manipolazione delle immagini, una versione italiana dell’infografica.

how-google-works-it

How google works. Versione originale: http://www.ppcblog.com/how-google-works/

(cliccare sull’immagine per ingrandire).
In questo schema, complesso ma di gradevole lettura, l’utente è paragonato ad un criceto-cavia, sui cui comportamenti si costruiscono e si affinano gli algoritmi.
Oltre alla consapevolezza, Eli Pariser, in un suo articolo dal titolo “10 Ways to Pop Your Filter Bubble” suggerisce 10 modi piuttosto spicci e pragmatici (a parte l’ultimo) che ci aiutano, se non a bucare la bolla, almeno ad attenuarne l’efficacia: eliminare i cookies, la cronologia di navigazione, rafforzare i settaggi privacy di Facebook, modificare alcune impostazioni del browser, navigare in incognito (scegliere la modalità di navigazione privata offerta da alcuni browser) o meglio ancora usare servizi come Tor e naturalmente, (ultimo punto) scrivere lettere ai nostri governanti per dimostrare che la questione della privacy online ci sta a cuore, sfidando le lobby dei venditori di dati.

Infine, dal punto di vista più strettamente professionale, se è vero quello che emerge da una recente ricerca di Estzer Hargittai pubblicata nell’International Journal of Communication nel 2010 (sintesi in italiano, un po’ catastrofista, qui), io penso che gli standard di competenza informativa e le linee guida sull’information literacy IFLA, pur restando documenti validi nel loro impianto e nei loro principi fondativi, necessiterebbero di nuova linfa, per essere davvero attuali rispetto alle sfide che la rete ci propone.

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