Born digital / Being digital

27 maggio 2010

copertina del libro Nati con la Rete

Nati con la rete : la prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l'uso / John Palfrey, Urs Gasser. - Milano : BUR, 2009

“…Ho quindici anni:
programmo alla mia drum-machine,
e suono la chitarra elettrica…
” (Baustelle, Charlie fa surf, 2008)

Si parla spesso dei “digitali nativi”, i “millennials”, la generazione nata negli anni 90, che ha convissuto fin dall’infanzia con la rete, e che si affaccia oggi nelle università e nel mondo “adulto” del lavoro.

Il pregio di questo libro (pubblicato nel 2008 da Basic book e tradotto in Italia nel 2009 da BUR-Rizzoli) è che affronta il tema con rispetto e serietà: Born digital non è un libro giovanilista, non strizza l’occhio a nessuno, non è scritto da adulti che fanno i giovani, o peggio, si atteggiano a social media guru.

Corollario di questo approccio serio è l’accuratezza e la documentazione disponibile: l’apparato di note che accompagna ogni capitolo è cospicuo e indica numerose piste di approfondimento. Nati con la rete non è un instant book, ma l’esito finale di un progetto di ricerca condotto dall’Università di Harvard e dall’Università di San Gallo in Svizzera.

Da Being digital a Born digital
Born digital, il titolo originale del libro, allude ovviamente a Being digital (*), Essere digitali, il celebre libro di Nicholas Negroponte pubblicato nel 1995, ormai 15 anni fa, in cui il fondatore del Media Lab al MIT declinava i cambiamenti introdotti dalla “prima ondata” di Internet.
La tesi fondamentale del libro è che i teens (fascia di età che corrisponde circa dai 13 ai 19 anni) sono la prima generazione nella quale l’utilizzo di internet impatta, fin dalla nascita, su diversi aspetti della vita: l’identità, la privacy, la creatività, l’emotività, la capacità di innovare, apprendere, impegnarsi.
Il libro affronta, inoltre, altri temi cruciali: la sicurezza dei minori in rete, la pirateria, la qualità dei contenuti digitali, il sovraccarico informativo.
Lo sguardo che interroga questi temi è quello del docente universitario (non apocalittico però), ma soprattutto quello dell’educatore e del genitore: “ – in quanto insegnanti e genitori…” è uno degli incisi più frequenti nel libro. Da qui il tono qua e là prescrittivo: in ogni capitolo viene esaminato un problema e proposta non “una” soluzione ma alcune ragionevoli strategie di intervento. Vediamole.

Identità, dossier digitale, privacy, sicurezza, aggressività
Per i nativi digitali non c’è discontinuità tra l’identità online (depositata nei social network) e quella offline: il concetto di “cyberspazio“, caro a Gibson ed alla fantascienza degli anni ’70/’80 è quindi del tutto superato: ciò che tuttavia non viene percepito dai ragazzi è la persistenza, e la mancanza di controllo e protezione sui dati personali che rilasciano in rete. Da qui l’emergere di un fenomeno nuovo: la costruzione di veri e propri dossier digitali di lungo periodo e cumulativi, che riguardano la loro persona fin dalla più tenera età, a cui chiunque, un domani, potrà attingere. Negli Stati Uniti (che è la realtà che gli autori hanno maggiormente presente, direi nella variante WASP) i genitori sono spesso complici inconsapevoli di una raccolta indiscriminata di dati sui loro figli nel momento in cui si affidano a dispositivi di “parental control” (chip sottopelle, bracciali o altro: pratiche per noi ancora eccentriche, ma descritte con grande naturalezza dagli autori), o mettono in rete le foto dei pargoli, talvolta fin dall’ecografia.
La tutela della privacy, anche in presenza di aziende senza scrupoli che racimolano dati personali nel web per rivenderli, si realizza, secondo gli autori, attraverso strumenti legali che non ostacolino l’innovazione ma impongano però alle aziende chiarezza nel trattamento dei dati. Non deve mancare una attività educativo/formative rivolta ai giovani.
Nel capitolo sulla sicurezza viene finalmente sfatato il mito del web come spazio insidioso e pieno di agguati, fronte ad una vita offline che si vorrebbe “sana”. La verità, dicono gli autori è che, sebbene i genitori non vogliono ammetterlo, il 42% dei giovani tra i 10 e i 17 anni incappano in immagini pornografiche perché stavano cercando proprio quelle, in un ambito che permette una disintermediazione impossibile nella vita reale: da qui l’importanza di dialogare, educare, prevenire. Non esistono, secondo gli autori, dati che dimostrano che nell’era di internet i giovani corrono maggiori rischi. Ma per ridurre i rischi sono necessari formazione, sviluppo tecnologico, norme sociali, buonsenso e leggi: il punto non è proibire le tecnologie o demonizzarle, ma semmai colmare quel gap tecnologico che non permette agli adulti (insegnanti, genitori) di capire dall’interno e quindi interpretare quello che succede in rete, pre-condizione per poter attivare con i ragazzi una conversazione alla pari, che li supporti in modo efficace a distinguere la sana sperimentazione dai comportamenti a rischio.
Un altro luogo comune sfatato da questo libro è che la rete ed i videogiochi stimolino l’aggressività dei ragazzi: “il bambino americano medio ha assistito a oltre 8000 omicidi e 100.000 atti di violenza in televisione prima di aver terminato le scuole elementari“, e da tempo immemorabile i bambini fanno giochi in cui fingono di uccidersi a vicenda: la strada non è quindi bandire i videogiochi online ma conoscerli, ed insegnare ai ragazzi a farsi strada in ambienti complessi.

Creatori, innovatori, pirati e attivisti
Circa il 64% dei teenager negli Stati uniti ha creato contenuti su internet: per gli autori questa creatività non è fine a se stessa ma è occasione di apprendimento, e di espressione, resa possibile dalle tecniche di remix, mashup, sampling, cut-up e machinima, o attraverso le pratiche transmediali della fan fiction, o attraverso i MMOG, giochi online multiutente.
Questa creatività è fortemente legata alla rete, e produce innovazione: se trent’anni fa un ragazzo poteva al massimo inventare una girandola nuova nella sua cameretta, oggi le innovazioni dei ragazzi possono avere un impatto globale: per offrire un nuovo servizio in rete i costi di avviamento ed il capitale iniziale sono infatti bassissimi. Il concetto di “generatività”, alla base di questi modelli di business, fa si che ogni strumento, per via della sua interoperabilità, può essere utilizzato – da chi conosce un minimo di programmazione – come base aperta per produrre cose nuove (ad esempio su Facebook possono essere costruite le più svariate applicazioni).
Per quanto concerne l’attivismo politico, gli autori ammettono che non è dimostrata la potenzialità politica di Internet (ricordiamo però che libro esce prima di episodi come la Primavera verde iraniana, in cui internet ha giocato un ruolo importante – ma non decisivo), ma che le vie dell’impegno giovanile in politica sono distantissime dall’agone elettorale, esprimendosi piuttosto in un volontariato diffuso, online e offline. Ci pare interessante e nuova la considerazione che la partecipazione politica attraverso blog e social network si realizza piuttosto attraverso una “ricodifica” degli eventi pubblici, realizzando cioè una forma di “democrazia semiotica“, che reinterpreta e rielabora le narrazioni, ri-divulgandole in mille modi.

Apprendimento e information overload
Secondo gli autori gli stili di apprendimento dei nativi digitali non sono superficiali, se non nella fase iniziale: ad essa segue un “tuffo in profondità” e poi, talvolta, un feedback, una qualche forma di di rielaborazione individuale, anche se – si ammette – la tecnica del “copia e incolla” è sempre in agguato. Per quanto concerne il sovraccarico informativo, gli autori ammettono che gli standard di information literacy definiti dall’ALA (American library association) sono un buon punto di partenza (…e io credevo fossero un obiettivo di arrivo!) 🙂 .

Considerazioni finali
Un aspetto positivo di questo libro, oltre ad essere, come si è detto, documentato in modo eccellente e superiore alla media dei libri “su internet” è che, dati alla mano, sfata tutto il chiacchiericcio che ci arriva dai salotti televisivi, dai tuttologi, da coloro che senza conoscere davvero la rete propongono interventi legislativi irrealizzabili o vere e proprie censure.
Leggere i ringraziamenti finali ci aiuta a capire, del resto, il milieu degli autori, che lavorano in contatto con persone come Danah Boyd, Henry Jenkins, Lawrence Lessig tra gli altri.
Born digital non rinuncia a guardare in faccia i problemi, che vengono sempre declinati sul versante educativo e formativo, quando non decisamente pedagogico.

Quale ruolo gli autori attribuiscono alle biblioteche? da un lato esse sono associate ad insegnanti e genitori nelle attività di formazione ed educazione, dall’altro però alle biblioteche viene attribuito il ruolo di conservatrici del “retaggio digitale” per le generazioni future. Ed in effetti British library (vedi) e Library of Congress (vedi) stanno in parte perseguendo questo obiettivo.

Un limite di questo testo è che (nonostante l’edizione italiana apra in modo abile con una prefazione di Luca Sofri), molti dei temi affrontati sono calibrati sull’esperienza americana (più wasp che melting-pot), in cui l’information literacy è data per scontata a tutti i livelli, in cui la banda larga è presente in molte case, in cui i media studies fanno parte dei curricula formativi standard, in cui i giovani hanno davvero l’opportunità di innovare ed entrare prepotentemente in un tessuto produttivo ed economico non gerontocratico.

Un altro limite del libro è l’approccio a volte davvero troppo didascalico: non solo “insegnanti e genitori” sono le persone interessate ai (e tenute a interrogarsi sui) Digitali nativi, ma anche chi si occupa di cultura digitale, produttori di contenuti, giornalisti, information specialist, decisori e policy-maker, chi come bibliotecari e documentalisti si occupa dell’organizzazione dell’informazione – e spesso della sua intermediazione, insomma un sacco di gente, che sta dentro ma – per piacere – soprattutto fuori dall’ambito familiare privato, continuamente evocato nel libro.

Le conclusioni non funzionano: l’espediente utilizzato per chiudere un saggio di quasi 400 pagine è uno scambio di mail tra i due autori, che però non è davvero una sintesi, o un “tirare le fila” di quanto esposto, ma una stanca ripetizione dei concetti espressi nel corso del libro.

Funziona invece benissimo il paratesto (note, bibliografia, indice analitico) ed il sito che accompagna il libro (cioè il progetto di ricerca) anche se, ad un primo sguardo, non ci sembra aggiornato in modo assiduo.

Il progetto di ricerca che ha generato il libro ha prodotto anche altri strumenti oltre al sito già citato: un wiki, e un bookmark su Delicious, fermo però al 29 ottobre 2008

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(*) Being digital / by Nicholas Negroponte. – Vintage Books, 1995. Trad it.: Essere digitali. Milano : Sperling & Krupfer, 1995

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