Open access: un seminario a Genova. Report

3 agosto 2009

Sull’ultimo numero (2/2009) di Vedi Anche, il notiziario della sezione Ligure dell’AIB, ho curato un breve report sul seminario “L’Open Access in pillole: principi teorici e applicazioni pratiche” condotto da Maria Cassella, per AIB Liguria, a Genova l’ 8 giugno.
Presto il numero di Vedi Anche sarà online (da non perdere il dibattito su “Censura in biblioteca”); nel frattempo ecco il testo del report:
CONDIVISIONE DEL SAPERE, AVANZAMENTO DELLA CONOSCENZA: UN SEMINARIO AIB-SBA SULL’OPEN ACCESS

Le vie dell'Open access

  • Perché l’open access è importante per le biblioteche accademiche e le università?
  • Offrire una risposta ragionata a questa domanda era uno degli obiettivi del Seminario “L’Open access in pillole: principi teorici ed applicazioni pratiche” organizzato congiuntamente da Aib Liguria e Sistema Bibliotecario di Ateneo di Genova l’8 giugno 2009 presso la Facoltà di Economia.
    Il seminario, tenuto da Maria Cassella (Università di Torino), è stato chiuso da un intervento di Enrica Nenci, Direttore del Sistema bibliotecario di Ateneo.
    Tracciamo nelle prossime righe una sintesi dei contenuti del seminario, al quale hanno partecipato quasi 30 colleghi provenienti dalle biblioteche universitarie e civiche.

  • La crisi del prezzo dei periodici elettronici. Quali risposte?
  • Il principio che sta alla base delle strategie Open access è che i risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici devono essere disponibili alle comunità scientifiche senza spese aggiuntive. Come noto, la maggior parte della ricerca scientifica si basa sull’accesso ai periodici dei grandi editori: nel ventennio 1986-2005 la spesa sostenuta dalle istituzioni accademiche per l’acquisto di queste pubblicazioni è cresciuta in maniera molto elevata rispetto ai parametri fisiologici che guidano l’aumento di beni e eservizi, ovvero del 302%, a cusa della situazione di oligopolio venutasi a creare nel mercato editoriale, dove pochi grandi editori (Elsevier, Springer, Wiley) hanno via via assorbito le più prestigiose piccole e medie university press, dominando così il mercato.
    Da qui l’evidente paradosso che porta le istituzioni accademiche a pagare due volte la ricerca: prima, attraverso il compenso erogato ai propri ricercatori, e poi, attraverso la sottoscrizione alle riviste dove essi pubblicano i loro contributi scientifici.
    L’open access è quindi un movimento di idee, buone prassi, esperienze, che ha come obiettivo quello di affermare modelli sostenibili di diffusione del sapere scientifico.
    Il seminario AIB-Sba era quindi concepito per far conoscere meglio le risorse Open access, fondamentali per il servizio di reference specialistico, ma anche per permettere ai bibliotecari di acquisire competenze sulle dinamiche, le sfide, la posta in gioco relativa alla diffusione del sapere scientifico.

  • Gli inizi: BOAI e Berlin declaration
  • Nel 2001, l’Open society institute (organizzazione no-profit fondata da G.Soros) promuove, la Budapest Open access initiative (BOAI) per sostenere il movimento per l’accesso aperto. Nel testo troviamo la prima definizione di “open access”: la libera disponibilità della letteratura scientifica su internet, che permette di leggere, scaricare, copiare, distribuire, stampare, ricercare o fare dei link al full text di articoli, scorrerli attraverso indici, senza barriere di tipo finanziario, tecnico o altre differenti da quelle necessarie per il mero accesso ad internet.
    Un altro aspetto fondamentale dell’Open access è quello di permettere all’autore di conservare tutti i diritti sui suoi documenti scientifici: infatti le grandi case editrici prevedono per gli autori dei contratti con i quali essi, in cambio dell’opportunità di pubblicare, cedono tutti i diritti all’editore a cui conferiscono i loro articoli. L’articolo print pubblicato da una rivista scientifica non appartiene più all’autore ma all’editore, che stabilisce spesso limiti rigidi e inderogabili alla distribuzione cartacea, e soprattutto telematica, dell’articolo.
    La Dichiarazione di Berlino, del 2003, è il momento in cui gli Enti di ricerca (248) si impegnano a sostenere le politiche di accesso aperto, anche attraverso l’autoarchiviazione dei papers scientifici in depositi istituzionali, cioè in archivi gestiti dalle stesse istituzioni accademiche.

  • Le due strade dell’open access: Archivi aperti istituzionali e Riviste open access
  • Le due principali strategie attraverso le quali si realizzano le politiche open access sono: l’autoarchiviazione in depositi aperti gestiti dalle istituzioni accademiche o disciplinari e la pubblicazione in riviste ad accesso aperto.

  • Gli Archivi aperti
  • Gli archivi aperti sono depositi online dove gli studiosi autorizzati dalle proprie istituzioni scientifiche possono depositare, di solito in versione PDF, le loro pubblicazioni, rendendole così disponbili alla comunità degli studiosi. E’ importante ricordare che, per un ricercatore, inserire il proprio paper in un deposito istituzionale significa valorizzarlo, promuoverne la diffusione e la trovabilità, e quindi la citazione. Questi depositi sono infatti strutturati in sistemi specifici di metadati (tra cui il Dublin core, ben conosciuto ai bibliotecari ed ai webmaster) che garantiscono la trovabilità dei documenti, e quindi l’utilizzo e la citazione (scoraggiando il plagio). D’altro canto, per un Ente di ricerca avere un archivio aperto densamente popolato di contributi è un indicatore visibile della propria produttività scientifica.
    Esistono repertori degli archivi aperti presenti nel mondo: tra essi ricordiamo openDoar e RoaR
    In Italia, nello specifico, il repertorio degli archivi aperti nazionali è PLEIADI (Portale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su Archivi aperti e Depositi Istituzionali), un progetto Cilea-Caspur che permette di interrogare cumulativamente tutti gli archivi (per un totale di 19570 record), ma anche di avere il polso dell’evoluzione in Italia di questo fenomeno (attualmente gli archivi aperti nazionali sono circa 45).
    Una tipologia a parte è rappresentata dagli archivi aperti di carattere discipinare: gestiti di solito da consorzi di Enti, essi raccolgono contenuti scentifici relativi ad una determinata disciplina (mentre gli archivi istituzionali, si è detto, fanno riferimento ad un solo Ente di ricerca e sono solitamente multidisciplinari). Tra essi vale la pena ricordare ArXiv (Fisica), il più antico di tutti, nato negli anni 90, Cogprints (Scienze cognitive), RepEc (Economia) E-Lis (biblioteconomia e scienze dell’informazione).
    Alla base degli archivi aperti ci sono software specifici: i più usati e collaudati sono sostanzialmente due: Eprints e Dspace: entrambi open souce, permettono una configurazione piuttosto flessibile degli archivi, che deve comunque scaturire da una collaborazione sinergica tra informatici e information specialist.

  • Le riviste Open access
  • Le riviste open access sono la seconda tipologia di risorse open access. Si tratta di riviste scientifiche, con elevati standard di pubblicazione, che permettono di accedere a documenti sottoposti a peer review (1) . I maggori editori open access sono in campo biomedico (BioMed Central, PloS), ma, per saperne di più, è possibile consultare DOAJ, un repertorio di riviste OA curato dall’Università di Lund che permette ad oggi l’accesso a 4000 titoli di tutte le discipline.
    Un caso a parte è rappresentato dalle cosiddette riviste “ibride”, riviste commerciali che permettono tuttavia agli autori di manternere, pagandone le spese, tutti i diritti alle loro pubblicazioni. Nella maggior parte dei casi queste spese sono pagate da enti finanziatori (indicizzati in repertori specifici, come SHERPA/RoMEO).
    Chi si occupa delle acquisizioni nelle università conosce bene i costi dei libri di testo: anche in questo campo esistono iniziative Open access, basate su un modello economico che prevede il pagamento per l’edizione cartacea ma la possibilità di ottenere gratuitamente la vesione pdf: protagoniste di queste iniziative sono alcune University press (in Italia ci sono esperienze a Firenze ed a Pisa). La sfida è naturalmente quella di trovare, per queste iniziative, un modello economico sostenibile

  • Come promuovere l’Auto archiviazione?
  • Una modalità attivata da alcune istituzioni accademiche per promuovere l’autoarchiviazione, cioè per incentivare gli autori ad autoarchiviare i propri lavori negli archivi istituzionali, sono le policy mandatarie: esse consistono in regole ufficiali che promuovono questa pratica, incentivandone l’utilizzo all’inteno di una specifica comunità scientifica. In altri casi gli Enti finanziatori dei progetti di ricerca vincolano l’erogazione dei fondi all’auto-archiviazione dei papers. Viene ricordato da Maria Cassella che, alla base di queste regole, della loro efficacia ed accettazione, c’è la conoscenza della propria comunità di ricerca ed una attività di promozione e spiegazione dei vantaggi dell’autoarchiviazione: in questo campo i bibliotecari accademici possono giocare un ruolo fondamentale, mettendo a disposizione competenze, percorsi informativi, buone prassi seguite da altre istituzioni.

  • E in Italia?
  • In italia le università aderiscono nel 2004 alla “dichiarazione di Messina“, promossa dalla CRUI, conferenza dei rettori, per promuovere l’accesso aperto alla letteratura di ricerca, Ma un’altra iniziativa interessante in questo senso sono le linee guida per il deposito delle tesi di dottorato, rilasciate dalla CRUI ad ottobre 2007: le tesi di dottorato, sottoposte al deposito obbligatorio presso le biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, non hanno in effetti mai trovato un canale di diffusione/valorizzazione pur essendo il prodotto del primo livello della ricerca scientifica. Perché queste linee guida diventino operative è tuttavia necessario che l’obbligo di archiviazione venga inserito nei bandi e nei regolamenti che al”interno delle singole uiniveristà promuovono i clicli di dottorato.
    L’Istituto superiore di Sanità è stato il primo Ente di ricerca italiano, nel 2008, a istituire delle policy mandatarie, cioè un oblligo a pubblicare i prodotti della ricerca finanziata nei depositi istituzionali.
    L’unica fonte completa di informazione sull’open Access in taliano è il Wiki OA Italia , aperto ufficialmente nell’aprile 2008 redatto in italiano. Il wiki è uno strumento fondamentale per chi si avvicina a queste tematiche o intende approfondirne aspetti specifici

  • E a Genova?
  • Come sottolineato da Andrea Marchitelli in un recente contributo (2) , la strada verso una sostanziale diffusione dell’Accesso aperto in Italia è ancora molto lunga. In questo scenario pesano, come sottolineato da Enrica Nenci , direttore del sistema bibliotecario di Ateneo dell’Università di Genova (3), una percezione non esatta della funzione degli Archivi e dalla mancata consapevolezza dei benefici connessi, anche a fronte ai costi iniziali da sostenere, in un contesto di tagli sempre più ingenti ai bilanci.
    L’Università di Genova non è la sola a non avere ancora un Archivio aperto di tipo istituzionale, anche se in Ateneo si stanno affermando alcune piccole esperienze dipartimentali, e l’intervento conclusivo di Enrica Nenci era precisamente finalizzato a fare il punto della situazione locale. Presso il DISMEC (Dipartimento di storia moderna e contemporanea) è attivo Dismec space un archivio su software DSspace che permette di accedere agli archivi del della Scuola di dottorato, all’archivio ligure di scrittura popolare ai documenti del Laboratorio di archeologia e storia ambientale e del progetto Our common European cultural landscape heritage. L’accesso all’archivio è condizionato da password, tuttavia l’esperimento è di grande interesse, come anche Fo.s.c.a. (Fonti per la storia della critica d’arte) un portale genovese per l’accesso alle fonti e alla storiografia artistica. Fo.s.c.a., e gli altri esempi citati nel corso dell’intervento, non sono propriamente Archivi aperti, tuttavia la loro presenza all’interno del del nostro Ateneo è testimonianza di un interesse verso gli archivi digitali che, se supportato da adeguate politiche e linee guida, e da una politica specifica di Ateneo sul diritto d’autore, integrata ad una prospettiva consortile (Cipe) può certamente evolversi in progetti di più ampio respiro.

  • Per concludere…
  • Herbert Van de Sompel, uno dei promotori, insieme a Paul Ginsparg (creatore di ArXiv, il primo server di pre-print presso il Los Alamos National Laboratory), dell’Open Archives Initiative, in una intervista rilasciata a Valentina Comba nel 2002 (4) sostiene che è necessario mettere la biblioteca all’origine della catena informativa, come produttrice di informazioni, per organizzare servizi di grande utilità per gli utenti. Ci pare che l’implementazione accorta e meditata di strumenti Open access sia un passo strategico in questa direzione.

    ———–
    1) Come noto un articolo peer reviewed è un documento scientifico che è statio letto rivisto, corretto, valutato ed approvato dalla comunità dei pari, cioè da altri esperti della disciplina. Questo processo di validazione garantisce un buon standard scientifico di quanto pubblicato
    2) Andrea Marchitelli, Servizi e strumenti per la diffusione dell’Accesso aperto in Italia: lo stato dell’arte, in: AIDA Informazioni, Anno 26, Luglio-Dicembre, numero 3-4 2008
    3) Problemi e prospettive su Open access, archivi aperti e risorse digitali nell’ambito dello SBA dell’Università di Genova
    4) Le nuove prospettive della comunicazione scientifica: il ruolo degli open archives. Intervista a Herbert Van de Sompel a cura di Valentina Comba e Vittorio Ponzani. In: AIB Notizie, 14 (2002), n. 5, p. 8-9.

    Sull’open access è appena stato pubblicato un numero monografico di Aida informazioni (Anno 26, Luglio-Dicembre, numero 3-4 2008), con articoli e contriburi di Susanna Mornati, Maria Cassella, Antonella De Robbio, Paola Galimberti, Valentina Comba, Andrea Marchitelli ed altri

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