#salvatesbn (fate girare!)

22 maggio 2013

salvatesbn
L’otto maggio su aib-cur, la mailing list dei bibliotecari italiani (più di 6000 iscritti) leggo la notizia, tratta da un lancio ansa, riguardo ad una possibile chiusura per mancanza di fondi di opac sbn, il catalogo che permette ad accedere alle notizia bibliografiche e alle localizzazioni prodotte negli anni da moltissime biblioteche italiane. La notizia rimbalza su Corriere della Sera, La Stampa e altri quotidiani.
La Direzione generale biblioteche smentisce la possibile chiusura del servizio (7 maggio o 9 maggio non è chiaro), ma successivamente (10 maggio), il direttore dell’ICCU Rossella Caffo dichiara che “ulteriori tagli metterebbero a serio rischio la continuità e la qualità del servizio”, alludendo ad un “comunicato del personale” senza data.

A partire da queste comunicazioni (che non possiamo definire chiare, lineari, univoche, corenti e quindi: autorevoli), si apre un gruppo Facebook “Salviamo opac SBN” (702 adesioni ad oggi, e e’ un gruppo chiuso, non una fan page), parte una petizione online, la rete bibliotecaria di Romagna mette online una bibliografia al volo (utile!).
Ma soprattutto dilaga su twitter l’hastag #salvatesbn.

La diffusione subitanea dell’hashtag non è casuale, ma avviene soprattuto perchè #salvatesbn viene rilanciato su twitter da @einaudieditore, il profilo dell’Editore Einaudi, che, grazie alla capacità di usare Twitter in modo intelligente e creativo, ha 120.000 followers ed è davvero in grado di influenzare la twittosfera italiana (letteraria, giornalistica e non solo).
Il tweet di @einaudieditore

viene rilanciato 219 volte e diventa immediatamente virale, con ovvie esagerazioni e inesattezze (mette ordine, aggiungendo alcuni approfondimenti, Enrico Francese qui).

Io non sono una esperta di social media: sono una modesta utilizzatrice, una manovale del web come tanti, che cerca solo, come molti, di mettere un po’ di consapevolezza nella sua vita online. :-)

Osservo solo che:
– Andando oltre la viralità generata da @einaudieditore i post #salvatesbn, #occupysbn e, più colto e consapevole, #nuovosbn / #opendata dimostrano prima di tutto che le persone che abitano la rete conoscono, utilizzano, e amano Opac SBN (“nonostante tutto” verrebbe da dire), e sono consapevoli della sua utilità, sorvolando sui molti difetti che noi bibliotecari non possiamo non vedere (e che i veri data librarian vedono ancora di più).

E la domanda sorge spontanea: cosa fa l’ICCU, Sbn, per intercettare, capitalizzare, valorizzare questo consenso massiccio, non sollecitato, non previsto, diciamo pure “piovuto dal cielo” grazie alla presa in carico “dal basso” di un influencer su Twitter? Ecco io credo che l’ICCU nemmeno sappia di questa mobilitazione virale. E se lo sa, non ritiene utile comprenderla, decifrarla, metterla a valore.
E penso che una istituzione come l’ICCU dovrebbe comprendere nel suo staff anche persone in grado di stare dentro i social e dialogare con gli stakeholder (e invece si mandano le veline all’Ansa e poi si mettono cose pasticciate nel sito).
Molte realtà bibliotecarie di altissimo livello sono presenti in modo interessante su twitter (@librarycongress, @britishlibrary, @actuBNF) e – ricordiamo – non sono solo biblioteche ma anche agenzie catalografiche e in questo senso analoghe a SBN/Iccu

- Sappiamo che l’esistenza in vita e l’efficacia di istituzioni complesse come ICCU sono dovute in primo luogo a scelte strategiche, tecnologiche, gestionali oculate e lungimiranti – e anche su questo ci sarebbe molto da dire; ma anche alla capacità di comunicare: con la classe politica che ti deve finanziare (ma anche no, purtroppo, esatto?), e deve quindi sapere “quanto vali” (le metriche social non sono tutto, ma aiutano); con i tuoi utenti (che ti amano, anche se non lo sai, o non ti importa); con i tuoi partner (la rete bibliotecaria).

Ecco, su questo Iccu ci sembra davvero sotto il livello di guardia.

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